Ospitiamo sul blog il nostro amico e scrittore Claudio Galli che alcuni anni fa ha intrapreso in solitaria il suo viaggio verso Santiago de Compostela. Ecco il racconto della propria esperienza sul cammino galiziano, affrontato sulle proprie gambe in dialogo continuo con sé stesso. Certi viaggi ti cambiano per sempre, aprono nuovi orizzonti e il cammino di Santiago è uno di questi.

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Il viaggio ritengo possa essersi considerato tale solo quando avviene il cambiamento all’interno del viaggiatore, che fa della sua prova un trampolino di lancio per la sua crescita.Ognuno dei miei molteplici viaggi in giro per il mondo ha rappresentato una di queste prove: la necessità di un luogo sconosciuto, uno zaino sulle spalle e fratelli con cui condividere strade, mari e cieli.

Ma forse il più importante è stato quello che ho deciso di fare da solo, poiché era questo quello di cui avevo bisogno, nel 2016, per la scoperta di quello che realmente sarei voluto diventare. È così, solo, che ho trascorso l’intero mese di maggio, camminando per le strade del nord della Spagna, attraverso la via del Cammino di Santiago, quello Francese nel mio caso, fino alla fine della terra: il faro di Finisterre.

Camminare sulla lunga distanza e, per molto tempo, non era stata fino a quel momento un’idea lontanamente vicina al mio modo di viaggiare. Ma solo in quel modo mi sarei reso conto di quanto nella vita corriamo, di quanto camminiamo a testa bassa ignorando la forma delle nuvole, di quanto poco ci concediamo a noi stessi e alle persone che incrociano le nostre vite.

Nella prima parte del Cammino, quella che termina con il finale delle tanto temute Mesetas, si impara a conoscere i propri limiti fisici e mentali. Si tratta di un percorso dapprima montuoso e collinare, nel quale i muscoli delle gambe sono messi a dura prova nell’abituarsi al nuovo peso complessivo che lo zaino comporta; paesaggio dalla bellezza indescrivibile per quanto sia spesso sconfinato e silenzioso. Silenzio all’interno del quale tutte le domande che portiamo prendono coraggio e voce facendosi avanti, nelle sei-otto ore giornaliere di camminata, nel quale il viaggiatore (o pellegrino se si preferisce) ha tutto il tempo di ascoltare e dare risposta. Cambiando appunto, crescendo e mutando di forma, diventando più sincero con sé e smettendo di ignorarsi.

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Ho camminato la prima settimana quasi in totale silenzio col mondo, conoscendo molte persone che entravano ed uscivano dalla mia vita nell’arco anche di uno o due giorni, avendo come costante solo un mio coetaneo e connazionale che all’epoca viveva in Spagna e che avevo conosciuto alla fine del mio primo e incredibile giorno. Separandomici a Burgos, la grande città prima del deserto delle Mesetas. Le chiamano deserto per via del colore giallo dei campi bruciati d’estate e le grandi distanze tra un paese e l’altro, spesso superiori ai dieci chilometri. Essendo partito il primo di maggio, il colore preponderante incontrato non è stato il giallo, bensì il verde dell’erba alta allagata dalle forti piogge che rendevano talvolta arduo il cammino in mezzo al fango.

Molti di voi si staranno sconfortando di ciò ma, credetemi, è stata un’esperienza incredibile: l’uomo solo con se stesso in mezzo ad una natura dura da affrontare. Tutto questo dona al Cammino di Santiago un valore molto forte, in quanto ci riporta indietro a tempi che non abbiamo avuto modo di vivere o conoscere, se non in lontananza attraverso i racconti dei nostri nonni da piccoli. Ed è qui, in mezzo al niente, o meglio al tutto, che si ha voglia di riscoprirsi attraverso gli altri, trovando persone di età e culture così diverse da abbattere ogni tipo di preconcetto e dubbio anche verso noi stessi.

È stato strano ma meraviglioso capire di avere pensieri simili e magari anche problemi uguali ad uomini australiani di sessanta anni! Così i giorni centrali di questo viaggio, all’altezza della città di Leon, sono volati stringendo legami con persone con cui avrei viaggiato anche per un paio di settimane, fino a Santiago di Compostela.

Finiti i piatti, verdi e piovosi altopiani delle Mesetas la civiltà, da Leon appunto, inizia a farsi sentire, mentre tra le due grandi montagne del percorso francese, ci si appresta ad entrare in Galizia, la parte finale del viaggio. Gli ultimi centocinquanta chilometri prima di Santiago sono un continuo saliscendi tra colline incantate che ricordano le nostre del centro-sud Italia, ma che sembrano essersi fermate agli anni Trenta-Quaranta.

Ho conosciuto contadini e pastori che erano felici di offrire la casa e le loro storie per un po’ di riposo durante la giornata e tutto questo mi ha cambiato: insieme ai miei compagni di viaggio da tutto il mondo, ho capito quanto importante sia al giorno d’oggi svincolarsi dalle maschere che la società ci spinge ad indossare per rincorrere stereotipi di una pseudo-felicità fatta di averi e non di rapporti, fattore che ci sta isolando sempre più all’interno delle nostre vite.

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Pensando e vivendo tutto questo sono arrivato a Santiago de Compostela con la necessità o forse il timore del ritorno a casa, non sapendo bene quanto diversa sarebbe risultata ai miei occhi la mia quotidianità. Mi sono quindi dato (come già ad inizio viaggio preventivato) altri tre giorni e cento chilometri per arrivare alla fine del Cammino: la cittadina di Finisterre che si affaccia sull’oceano. Un ultimo tratto di viaggio quasi solitario, dopo la frenesia degli ultimi chilometri fino a Santiago (la parte più battuta dell’intero Cammino), sempre collinare e piovoso nel mio caso, fino a quando la strada si getta a capofitto sull’oceano, nel paese di Cee prima, e a Finisterre poi.

Vedere l’acqua dopo un mese di brama è stata una cosa che mi ha fatto commuovere, tanto da lanciarmi tra le onde gelide dell’oceano (c’erano dieci gradi quel giorno) per consacrare una sorta di rinascita avvenuta in più di ottocento chilometri e ventinove giorni. Volutamente non mi sono soffermato troppo sul lato esteriore del Cammino di Santiago, in quanto ho voluto darvi un assaggio di quello che realmente sia un viaggio del genere, un viaggio cioè alla scoperta di noi stessi e dei valori essenziali della vita.

Una sorta di ambiente neutro dove specchiarsi attraverso gli occhi degli altri.

E se vi state chiedendo cosa sia cambiato al mio ritorno, vi dico solo che ho raccontato la mia storia nel mio romanzo d’esordio “La ragazza che camminava scalza” che mi sono autopubblicato nel 2017 e che mi ha portato a trovare la mia dote, la scrittura appunto, fino ad oggi, con il mio secondo libro “I Giovani di oggi si baciano a voce bassa” appena uscito dalla neonata casa editrice indipendente Nomadistad (troverete i nostri libri solo su internet!), che ho fondato insieme ad un carissimo amico.

Avete ancora dubbi se intraprendere o meno uno dei viaggi che potrebbe cambiare la vostra vita per sempre?

Claudio Galli

 

Per maggiori informazioni su Claudio Galli e le sue pubblicazioni consulta la pagina Facebook    @claudio Galli Nomadistad

Istagram @claudiogalli_nomadistad

Se anche tu hai una un’esperienza di viaggio particolare o importante per te stesso, oppure semplicemente, consigli e dritte da dare, puoi contattarci sul sito o sulla nostra pagina Fb.

 

 

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